Paolo Maria Noseda:
Che colpo Daniel! Certo, ci vuole la sua eclettica personalità per mettere in scena un racconto di Melville Bartleby lo scrivano e leggerlo davanti al pubblico in teatro; sarà proprio qui, a Milano, al teatro Franco Parenti il 30 e 31 gennaio e il 1 febbraio.
Oggi sono felice: Abraham Yehoshua ritorna a che tempo che fa con un nuovo libro La scena perduta. Eccolo, mi ha preceduto, insieme alla sua dolcissima moglie, nel camerino rosso. Sorride contento mentre io bacio la mano alla signora che mi rassicura dicendomi di essersi ripresa da un problema di salute che le aveva impedito di accompagnare il marito in Italia un paio di mesi addietro. Abraham e sua moglie sono il ritratto della coppia felice e innamorata e, ogni volta che li incontro, e ormai sono anni, mi riscaldano il cuore: sono l’epitome dell’amore rispettoso e gentile. Lui impulsivo e irruento, solo apparentemente calmo e sorridente e sempre battagliero nonostante i capelli bianchi. Lei riservata, calma, sempre pronta a suggerirgli una parola con estrema umiltà, a sorridere con comprensione e a lodare ciò che dice semplicemente annuendo e lui le è grato di ciò e lo dimostra. Mi racconta, con orgoglio, di come a Firenze, in occasione della celebrazione del Giorno della Memoria, tantissimi studenti fossero calamitati dalle parole del marito e di come sia stata accolta la sua Lettura Magistrale presso la Scuola Normale di Pisa. Abraham mi chiede se convengo anch’io che l’Italia si trovi all’incipit di un Nuovo Rinascimento ed io rispondo che sì, c’è molto desiderio di farcela in questo momento, di continuare, di risollevarsi, nonostante la crisi che attanaglia il Paese. Inevitabilmente, curiosissimo, mi chiede come stiano andando le cose, quale sia l’accoglienza che gli italiani hanno riservato al nuovo governo. Parlare di società e di politica con lui è sempre un’esperienza che arricchisce: i suoi commenti non sono mai banali, come i suoi libri, del resto. Scava, Abraham, nel profondo della coscienza di ciacuno di noi e, attraverso i suoi libri, scandaglia profondità quasi insondabili portando alla luce particolari altrimenti ineffabili. Ci dilunghiamo ridendo, scherzando e seriamente commentando i passaggi del suo splendido romanzo e gli chiedo se abbia inserito i commenti leggermente critici del regista sul fatto di dover assistere alla proiezione dei suoi film doppiati, e quindi non capendo nulla dei dialoghi, in segno di velata protesta per dover, ogni volta che parla in pubblico, essere tradotto da me. Ride, e mi regala una dedica bellissima sul frontespizio del libro. No, non ce l’ha con gli interpreti o le traduzioni. Corriamo tutti e due verso lo studio, si è fatto tardi!
Oggi, arrivi prestigiosi al passo carraio della Rai di corso Sempione: come in un film d’azione, Cage arriva sgommando, con il suo seguito di auto nere, e scende in total black con piglio deciso e si infila, dribblando il pubblico in attesa, dentro il camerino dietro lo studio. Gentile ma fermo, non prende neppure un caffè, nonostante durante l’intervista poi sostenga che il caffè gli piace molto perché lo rilassa. Ci parliamo brevemente, l’entourage già leggermente preoccupato che mi dilunghi troppo, perché devo dare le informazioni tecniche su come si svolgerà l’intervista. Entra Fabio che si accomoda con lui e gli chiede se abbia una dichiarazione specifica da rilasciare, o un argomento di cui preferirebbe parlare oltre al suo nuovo film Ghost Rider: Spirit of Vengeance. Sembra quasi sorpreso di essere al centro dell’attenzione e ci punta gli occhi addosso senza abbassarli neppure per un’istante nel corso di tutta la conversazione. Indossa un paio di anelli giganteschi, uno con un topazio di proporzioni notevoli: pare che oltre le case ami anche i gioielli. Cage sbircia i miei che sono assai più belli, ma Hollywood reclama i suoi diritti quando si tratta di eccentricità; ciò lo rende anche più umano e meno ‘attore famoso’ e, ancora una volta, capisco che dietro ogni personaggio c’è sempre un essere umano curioso: Nice! mi dice indicandoli e io sorrido. Lo lascio tranquillo, e lo rassicuro sul funzionamento dell’auricolare e dei microfoni, faremo una prova per sincerarci che i volumi siano adeguati. Dopo l’intervista lo riaccompagno alla sua mega-auto e lui con un sorriso rilassato mi dice: Thanks, man this was great! Il motociclista fantasma non si vedicherà con me, scampato pericolo.
Essere divenuto una colonna sonora planetaria è un privilegio che James Taylor condivide con pochi altri artisti. L’intero studio è elettrizzato quando entra, dinoccolato, quasi a voler mimetizzarsi fra gli astanti, prima di prendere fra le mani la sua adorata chitarra, girarla e rigirarla con cura e infinito amore, sfiorandola, quasi fosse il viso delicato di un neonato.
Alza il viso e la falda del cappello non ricopre più i suoi occhi incredibilmente azzurri puntati su di noi. Una traccia di sorriso. Ecco il finger picking, il suo inconfondibile arpeggio, e nello studio discende la poesia. Non smette James, accenna un medley che è una cascata di emozioni, sentimenti, parole, sensazioni e ricordi, mentre la sua voce è carezzevole, struggente, fragile e improvvisamente stentorea. Stiamo tutti viaggiando verso un universo siderale di poesia, la quintessenza, il quinto elemento, l’etere.
Spesso, penso che le prove valgano un’intera trasmissione televisiva. Come tutti noi, piacevolmente risvegliato da questo sogno musicale, Fabio si trattiene con lui a ricordare una serata in cui lui dovette cantare con la sua band nel bel mezzo di uno spettacolo pirotecnico che, fra rumore e fumo, pareva destinato a frantumare la poesia delle sue canzoni. Stupefacente, commenta per nulla contrariato, ti ricordi?.
Parla dei suoi figli, i due gemelli di dieci anni Rufus e Henry che lo accompagneranno nel suo lungo tour italiano An intimate evening with the quintessential James Taylor. Ah, è così incredibilmente bello, io ho 63 anni e mia moglie 53 e loro sono riusciti a farci ripiombare nel turbinio della vita, dove tutto è scoperta e novità, non avrei mai pensato di esserne più capace, e allora voglio mostrar loro come è bella l’Italia!. Ama l’Italia e il suo pubblico italiano; da noi è venuto appositamente per annunciarlo, come un amabile poeta.
Se ne va, dopo la sua strepitosa esibizione, caricandosi sulle spalle una splendida sacca bicolore intrecciata con sacchetti della spazzatura bianchi e neri riciclati, opera di una cooperativa di artigiani africani e confessandomi che gli è stata regalata da uno dei suoi gemelli. Mi era noto il suo impegno per l’ambiente, ora so che è anche un uomo di ottimi gusti e dal cuore grande!
Fioccano autografi oggi: su fogli di carta, vecchi CD e nuovi cofanetti De Luxe . Ognuno si porta a casa un po di Sting! Lui arriva silenzioso, come sempre, e si infila nel suo camerino dove uscirà con una t-shirt color della terra e un paio di vecchissimi jeans per affrontare le prove in studio. Canta live, oggi, come del resto tutte le altre volte quando è stato ospite a Chetempochefa. Meticoloso, e rispettoso di tutto e di tutti, con un velo di timidezza e molta accondiscendenza: lascia che ognuno faccia il suo lavoro, chiede sempre per favore e ringrazia ogni volta. Abbiamo la fortuna di osservarlo da vicino io e Fabio mentre per l’ennesima volta prova Every breath you take. Fabio è ammirato dal placido carisma che traspare, le signore dalla bellezza dell’uomo. Io cerco di limitare i miei interventi al minimo: Sting sfoggia la sua capacità di comprensione dell’italiano e Fabio il suo inglese. Ma poi, come sempre, mission impossible: devo chiedergli se gli farebbe piacere essere salutato a fine esibizione da Zucchero che sarà anch’egli in studio. Un sussurro, un assenso rapido e ritorno a riconsegnare l’agognato sì. Torniamo in camerino, alcuni signori e signore del pubblico che stanno firmando la liberatoria per assistere alla trasmissione sono sbigottiti nel vederselo passare davanti con la sua piccola chitarra sotto il braccio. Wow, era proprio lui! Il suo “doppio” album è il distillato della sua carriera. Io amo molto An Englishman in New York, un tributo a Quentin Crisp, icona del dandismo e dell’eccentricità e indimenticabile Elisabetta I en travesti nel film Orlando di Sally Potter. Fra un vocalizzo e l’altro per preparare la voce, glielo dico e lui mi strizza l’occhio e mi risponde che non si aspettava che io sapessi questa chicca. Ero amico di Quentin, gli dico, e lui mi parla dell’appartamento che Quentin occupava a Alphabet City a Manhattan, al primo piano, con 20 Hell’s Angels al piano terra. Bello aver avuto amici comuni. Ma il tempo tiranno ci impedisce di continuare, è arrivato il momento di andare in scena: Happy Christmas Mr. Sting!
Incontrare una persona come Lydia è sempre un avvenimento straordinario: una donna, apparentemente senza alcuna pretesa di celebrità, ma la cui forza e determinazione è riuscita a infliggere gravi scossoni a una rete internazionale di pedopornografia, narcotraffico, riciclaggio di denaro e prostituzione minorile e una condanna di uno dei responsabili messicani. Se la incontri capisci il perchè: ti pianta i suoi due occhi neri diritti dentro l’anima e ti inchioda ai tuoi doveri di essere umano. Senza scappatoie. Ha la chiarezza di eloquio e la sicurezza incrollabile di Roberto Saviano che mi dice di conoscere e ammirare, con il quale lavora e collabora. La vicenda – se leggerete il suo libro Memorie di un’infamia (Fandango) – incredibilmente intricata, non l’ha fatta desistere dal perseguire il suo scopo: mantenere una promessa fatta alla piccola Emma che, dopo essere stata violentata, le raccontò la sua storia, sporgendo denuncia alle autorità, a patto che non capitasse più ad altre bimbe ciò che era capitato a lei. Come Roberto che scrisse Gomorra anche per vendicare l’omicidio del suo parroco perpetrato davanti ai suoi occhi quando aveva 16 anni. E, come lui, ora è sottoposta alla insopportabile tortura di una scorta che il governo messicano le ha imposto di accettare ma di cui non si fida. Dal 16 dicembre 2005 alla fine del 2007, la vita per Lydia si è trasformata in un inferno: da giornalista, femminista ed attivista dei diritti umani a sospetta e quasi colpevole di diffamazione e calunnia nei confronti dei suoi persecutori. Incarcerata, torturata, violentata e delegittimata per aver voluto spezzare il velo di omertà su una situazione tanto tragica come la tratta dei minori e delle donne. Lydia è forte, ma ha bisogno del nostro aiuto e della costante attenzione da parte di ciascuno di noi e dei media per non essere eliminata. Sorride, con gli occhi che le brillano, certamente di speranza, mentre ci parla in camerino. Non vacilla e, quando arriva il momento di entrare in studio, si avvia decisa, guidandoci lei questa volta, verso un’intervista che, nonostante l’apparente brevità, le costa ogni volta il prezzo altissimo del dover ricordare di fronte ad un pubblico che ascolta ammutolito le sue parole e che applaude solo quando ci lascia con un grande augurio: “….cambiare il mondo!”
La febbre della domenica… chiedetelo a Marco, il runner che più veloce di cosi non si può: dalle 7 di stamani corre come un olimpionico. Arrivano. Anzi, sono arrivati Lou Reed e i Metallica. Loro, uno per auto, escono e si infilano direttamente nel retropalco a provare. Tranne uno, e non vi dirò chi è, che si infila un paio di pantaloncini e vuole andare a fare jogging. Averlo saputo! I pantaloncini da corsa mancano nel mio kit da perfetto interprete (il costume da bagno, no!), lo avrei accompagnato volentieri. Tentiamo di dissuaderlo, e se si perde chi lo ritrova più? Lou, lui, arriva defilato, cammina lentamente, dinoccolato. Un viso impenetrabile – non sorriderà mai – gli occhiali da cui fa baluccicare un paio di occhi a cui non sfugge nulla. Quando Paolo (eh, sì anche lui!) il tecnico audio viene per microfonarlo e fargli indossare l’auricolare, chiama il suo assistente e, miracolo, toglie da una scatolina un auricolare personalizzato che vuole montare sul marchingegno della traduzione simultanea. Da vero perfezionista! Peccato il jack non sia compatibile con la nostra scatoletta parlante. Lou mi spiega anche il perchè: questioni di tacche e filettature diverse, meglio di un tecnico. Ok! Spiritoso anche, quando Fabio gli chiede come mai questa trasposizione della storia di Lulù, lui, accenna una smorfia e risponde: Ah, guardi, un lavoraccio, ho dovuto tradurmela tutta dal greco antico e metterla in versione rock!.
Se non sapessi quando è stata scritta, gli crederei, con quella voce può dir tutto ciò che vuole! Provano, finalmente, e si scatena il finimondo in studio. Prove rigorosamente sigillate per tutti. Ma loro si divertono davvero. Incredibile che una voce come la sua possa far sognare anche con la musica dei Metallica. Alla fine dell’esibizione in diretta, scivola verso il suo camerino ai piani superiori dove si addormenta sotto le mani sapienti di un massaggiatore uscito da uno dei mille box che il suo entourage ha graziosamente portato in Rai!

Wenders sembra un sovrano in arrivo per una visita di Stato alla Rai: ieratico, olimpico, calmo e pacato, con un sorriso enigmatico e la condiscendenza di chi non ha bisogno di dimostrare per essere.
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