Paolo Maria Noseda:
Kevin Powers è giovane, 32 anni appena. Sul suo romanzo d’esordio, Yellow Birds, il Gotha della letteratura americana ha espresso toni entusiastici. Arriva in studio inusualmente presto con la sua ancor più giovane moglie dagli immensi occhi azzurri, grandi come piscine. Andiamo in cortile, oggi finalmente splende il sole anche su Milano e il camerino ci sta stretto. E’ attentissimo a non dare fastidio a nessuno e si inchina per ringraziare chiunque gli faccia i complimenti per il suo libro, anche Fabio che arriva e conversa con lui. Insomma, un soldato d’altri tempi. Come tutti coloro che nella vita hanno avuto esperienze profonde e violente, mostra una delicatezza e una sensibilità eccezionali. Sarà difficile far emergere tutto questo durante l’intervista, penso, se non riesco a capire un poco di più di lui.
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I Racconti del Camerino di Paolo Maria Noseda
Oggi sono particolarmente affascinato dalla prospettiva di tradurre Daniel Pennac: il suo ultimo libro, Storia di un corpo, è un viaggio attraverso l’intera esistenza di un essere umano visto dalla prospettiva del proprio corpo. Solo lui poteva avere un’idea simile. Un diario, il che significa un punto di vista descrittivo peculiare di qualcuno che intrattiene un dialogo costante con se stesso, come dovrebbe d’altronde essere il rapporto con il proprio corpo. Lui arriva sornione e sorridente, come sempre. Si accomoda in camerino e chiaccheriamo di questo suo tour che lo vedrà presto a Napoli in teatro. L’anno scorso lo avevo visto recitare nel suo Bartleby e quest’anno Il Sesto Continente, apologia sullo sporco, offerto al pubblico italiano a Torino, dopo il successo a Parigi.
Insomma, sempre più teatrale signor Pennac, come mai?
Eh, eh, sorride compiaciuto, che cosa sarebbe la vita senza nuove prove da superare?
Beh, gli rispondo, anche con questo libro la prova è stata notevole. Descrivere, o meglio descriversi fra realtà e fantasia, non è cosa da tutti e lei lo ha saputo fare in modo magistrale e con la consueta sincerità spiazzante.
Anche questo diario è una rappresentazione: dialoghi frammisti a monologhi. Tirate e esilaranti passaggi in cui si mettono alla berlina vizi ma anche virtù che il nostro compagno più fedele, il corpo, ci riserva costantemente e sorprendentemente. Leggere questo libro significa riappropriarsi della leggerezza e della profondità di una convivenza con l’organismo più caro ma anche più sconosciuto che possediamo.
E Pennac, conscio di tutto ciò, lo dirà con la sua consueta ironia e finezza in trasmissione: come è possibile spiegare ad un uomo la sensazione di portarsi in giro due seni e, altrettanto, come potrà mai capire una donna che cosa si agita in anfratti generalmente ben celati fra i pantaloni di un uomo?
Ridiamo entrambi alla fine dell’intervista e ci diciamo arrivederci al prossimo libro, prestissimo, spero!
Che colpo Daniel! Certo, ci vuole la sua eclettica personalità per mettere in scena un racconto di Melville Bartleby lo scrivano e leggerlo davanti al pubblico in teatro; sarà proprio qui, a Milano, al teatro Franco Parenti il 30 e 31 gennaio e il 1 febbraio.
Oggi sono felice: Abraham Yehoshua ritorna a che tempo che fa con un nuovo libro La scena perduta. Eccolo, mi ha preceduto, insieme alla sua dolcissima moglie, nel camerino rosso. Sorride contento mentre io bacio la mano alla signora che mi rassicura dicendomi di essersi ripresa da un problema di salute che le aveva impedito di accompagnare il marito in Italia un paio di mesi addietro. Abraham e sua moglie sono il ritratto della coppia felice e innamorata e, ogni volta che li incontro, e ormai sono anni, mi riscaldano il cuore: sono l’epitome dell’amore rispettoso e gentile. Lui impulsivo e irruento, solo apparentemente calmo e sorridente e sempre battagliero nonostante i capelli bianchi. Lei riservata, calma, sempre pronta a suggerirgli una parola con estrema umiltà, a sorridere con comprensione e a lodare ciò che dice semplicemente annuendo e lui le è grato di ciò e lo dimostra. Mi racconta, con orgoglio, di come a Firenze, in occasione della celebrazione del Giorno della Memoria, tantissimi studenti fossero calamitati dalle parole del marito e di come sia stata accolta la sua Lettura Magistrale presso la Scuola Normale di Pisa. Abraham mi chiede se convengo anch’io che l’Italia si trovi all’incipit di un Nuovo Rinascimento ed io rispondo che sì, c’è molto desiderio di farcela in questo momento, di continuare, di risollevarsi, nonostante la crisi che attanaglia il Paese. Inevitabilmente, curiosissimo, mi chiede come stiano andando le cose, quale sia l’accoglienza che gli italiani hanno riservato al nuovo governo. Parlare di società e di politica con lui è sempre un’esperienza che arricchisce: i suoi commenti non sono mai banali, come i suoi libri, del resto. Scava, Abraham, nel profondo della coscienza di ciacuno di noi e, attraverso i suoi libri, scandaglia profondità quasi insondabili portando alla luce particolari altrimenti ineffabili. Ci dilunghiamo ridendo, scherzando e seriamente commentando i passaggi del suo splendido romanzo e gli chiedo se abbia inserito i commenti leggermente critici del regista sul fatto di dover assistere alla proiezione dei suoi film doppiati, e quindi non capendo nulla dei dialoghi, in segno di velata protesta per dover, ogni volta che parla in pubblico, essere tradotto da me. Ride, e mi regala una dedica bellissima sul frontespizio del libro. No, non ce l’ha con gli interpreti o le traduzioni. Corriamo tutti e due verso lo studio, si è fatto tardi!
Oggi, arrivi prestigiosi al passo carraio della Rai di corso Sempione: come in un film d’azione, Cage arriva sgommando, con il suo seguito di auto nere, e scende in total black con piglio deciso e si infila, dribblando il pubblico in attesa, dentro il camerino dietro lo studio. Gentile ma fermo, non prende neppure un caffè, nonostante durante l’intervista poi sostenga che il caffè gli piace molto perché lo rilassa. Ci parliamo brevemente, l’entourage già leggermente preoccupato che mi dilunghi troppo, perché devo dare le informazioni tecniche su come si svolgerà l’intervista. Entra Fabio che si accomoda con lui e gli chiede se abbia una dichiarazione specifica da rilasciare, o un argomento di cui preferirebbe parlare oltre al suo nuovo film Ghost Rider: Spirit of Vengeance. Sembra quasi sorpreso di essere al centro dell’attenzione e ci punta gli occhi addosso senza abbassarli neppure per un’istante nel corso di tutta la conversazione. Indossa un paio di anelli giganteschi, uno con un topazio di proporzioni notevoli: pare che oltre le case ami anche i gioielli. Cage sbircia i miei che sono assai più belli, ma Hollywood reclama i suoi diritti quando si tratta di eccentricità; ciò lo rende anche più umano e meno ‘attore famoso’ e, ancora una volta, capisco che dietro ogni personaggio c’è sempre un essere umano curioso: Nice! mi dice indicandoli e io sorrido. Lo lascio tranquillo, e lo rassicuro sul funzionamento dell’auricolare e dei microfoni, faremo una prova per sincerarci che i volumi siano adeguati. Dopo l’intervista lo riaccompagno alla sua mega-auto e lui con un sorriso rilassato mi dice: Thanks, man this was great! Il motociclista fantasma non si vedicherà con me, scampato pericolo.
Essere divenuto una colonna sonora planetaria è un privilegio che James Taylor condivide con pochi altri artisti. L’intero studio è elettrizzato quando entra, dinoccolato, quasi a voler mimetizzarsi fra gli astanti, prima di prendere fra le mani la sua adorata chitarra, girarla e rigirarla con cura e infinito amore, sfiorandola, quasi fosse il viso delicato di un neonato.
Alza il viso e la falda del cappello non ricopre più i suoi occhi incredibilmente azzurri puntati su di noi. Una traccia di sorriso. Ecco il finger picking, il suo inconfondibile arpeggio, e nello studio discende la poesia. Non smette James, accenna un medley che è una cascata di emozioni, sentimenti, parole, sensazioni e ricordi, mentre la sua voce è carezzevole, struggente, fragile e improvvisamente stentorea. Stiamo tutti viaggiando verso un universo siderale di poesia, la quintessenza, il quinto elemento, l’etere.
Spesso, penso che le prove valgano un’intera trasmissione televisiva. Come tutti noi, piacevolmente risvegliato da questo sogno musicale, Fabio si trattiene con lui a ricordare una serata in cui lui dovette cantare con la sua band nel bel mezzo di uno spettacolo pirotecnico che, fra rumore e fumo, pareva destinato a frantumare la poesia delle sue canzoni. Stupefacente, commenta per nulla contrariato, ti ricordi?.
Parla dei suoi figli, i due gemelli di dieci anni Rufus e Henry che lo accompagneranno nel suo lungo tour italiano An intimate evening with the quintessential James Taylor. Ah, è così incredibilmente bello, io ho 63 anni e mia moglie 53 e loro sono riusciti a farci ripiombare nel turbinio della vita, dove tutto è scoperta e novità, non avrei mai pensato di esserne più capace, e allora voglio mostrar loro come è bella l’Italia!. Ama l’Italia e il suo pubblico italiano; da noi è venuto appositamente per annunciarlo, come un amabile poeta.
Se ne va, dopo la sua strepitosa esibizione, caricandosi sulle spalle una splendida sacca bicolore intrecciata con sacchetti della spazzatura bianchi e neri riciclati, opera di una cooperativa di artigiani africani e confessandomi che gli è stata regalata da uno dei suoi gemelli. Mi era noto il suo impegno per l’ambiente, ora so che è anche un uomo di ottimi gusti e dal cuore grande!
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