Benjamin Clementine: the Lord of the Streets

fotoI Racconti del Camerino di Paolo Maria Noseda

“Ma, chi è Benjamin Clementine?”
“Mah, pare sia un cantautore che è stato scoperto in giro per Parigi”, mi rispondono quando ricevo la chiamata per tradurlo in trasmissione.
Curiosità, vado a fare ricerche. Microbiografia: nasce a Londra, va a scuola, poi decide di andarsene a Parigi. Vive dove capita. Lo scoprono mentre canta in giro per strada e oggi, domenica, eccolo qui.
Un giunco bruno, praticamente. Alto e magro con un ciuffo crespo di capelli neri che lo rendono ancora più esile e lo fanno vagamento somigliare a Grace Jones prima maniera. Ha un’espressione dolce, ma movimenti felini, un viso delicato, ma occhi intensi che raramente ti guardano fisso in viso. Parla con un tono di voce così soffice che non ti viene neppure di inquietarti se devi fargli ripetere le cose perché letteralmente non riesci a udire ciò che dice.
“Benjamin” – gli dico – “guarda che se parli così non sentirò nulla in trasmissione e non riuscirò a tradurti”.
Lui alza gli occhi, mormora un “sorry” e poi mi chiede se tenendo sollevato il bavero su cui c’è il microfono a clip riesco a sentir meglio.
“E… cosi?” mi chiede con gli occhi imploranti, quasi a volermi pregare di non farlo urlare. Come fai a non voler bene a uno cosi?
“No, no, non fa nulla”, gli dico, “don’t worry, Benjamin, ce la farò, non ti preoccupare!”

Che sia super-bravo me ne sono reso conto ascoltando tutti i suoi pezzi su youtube e anche le sue interviste.
Vedi, mi dice, io voglio essere “onesto” e sono felice perché in “At least for now..” ci sono solo pezzi “onesti”, non sono sceso a patti con niente. Li ho incisi tutti come volevo io, anche se ho dovuto imparare a usare il microfono: sai, ho sempre cantato per strada, alle piccole feste o ai compleanni della gente e non ho mai avuto bisogno di grandi attrezzature foniche. Quando fai la mia musica, basta una chitarra e la mia voce, o un piano.
Anche Fabio lo inonda di domande: E’ vero che non ti piace Shakespeare? Beh, sai lo studiavamo a scuola, ma sto recuperando ora! Ma adoro William Blake!
Ma come hai fatto a imparare il piano? Beh, sai, da piccolo piccolo avevo un’amichetta all’asilo; lei, un giorno, mi invitò a casa sua e mi mostrò un piccolo piano giocattolo. Io ne rimasi talmente affascinato che lo rubai e lo portai a casa mia. La fascinazione durò lo spazio di una sera: mia madre se ne accorse, mi punì, e mi costrinse a riportare alla piccola proprietaria il piano, mettendomi poi in castigo. Per anni, sognai di risentire quelle note, finchè mio fratello portò a casa una tastiera. Non me ne staccai più. Imparai anche la chitarra, il violino, anche la tromba, ma il piano rimane un amore eterno!

Entriamo in studio e appena vede il piano piazzato in centro lo annusa come un segugio, lo accarezza come faresti con un’amante, lo guarda, si guarda intorno e siede sullo sgabello da bar che ha voluto invece della solita panchetta. Dita lunghissime che si posano sui tasti immacolati e color della pece. Aggiusta la voce che ha un’estensione incredibile: da soprano a iper-basso, passando per una varietà infinità di colori e timbri e sfumature che la rendono uno strumento a sé stante. La sua prima prova di “Cornerstone” ci lascia senza fiato, sospesi in un limbo senza più avvertire lo scorrere del tempo, tutti calamitati a godere la cascata di note, sensazioni, emozioni che passano da cervello al cuore per ritornare in testa. Wow, wow quanto figo è!!!!
Mentre gli aggiustano luci e la scenografia, sempre assorto, ci regala una divagazione impromptu che sembra un pezzo di Satie e una splendida versione del “Chiarodiluna” che avrei voluto registrare per riascoltarla e farvela ascoltare. Riaffronta Cornerstone, con un gusto e un’intensità diversa dalla sua prima versione: la meraviglia degli artisti veri è che ti regalano sempre particolari e dettagli nuovi a ogni esecuzione! Da vedere, da conoscere, da ascoltare e da amare questo Signore della Strada!

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