IL PALCOSCENICO DELLA VITA

I Racconti del Camerino di Paolo Maria Noseda

Quando entro in un teatro, anche se non devo lavoraci, cerco sempre il palcoscenico e, se posso, salgo a guardarmelo da vicino: ci cammino sopra, ascolto lo scricchiolio dell’impiantito e calcolo mentalmente la sua pendenza, scopro resti che mi dicono molto su ciò che sta accadendo o è accaduto li sopra. Se posso, appunto, ci salgo e mi siedo a guardare la platea, i palchi che ormai sono diventati arredi d’antiquariato e la galleria. Le poltrone vuote non mi spaventano, come non mi spaventano i teatri con il tutto esaurito; luoghi in cui si respira all’unisono e che sento vicini e caldi come l’abbraccio di una persona che ci ama.

Il palcoscenico di Che tempo che fa non fa eccezione; anzi, Giuseppe Chiara che definire scenografo sarebbe riduttivo, lo anima e rianima continuamente. Io e David andiamo in studio e, ciascuno a modo proprio, prendiamo le misure dello spazio ampio e stroboscopico che noi chiamiamo scena. Da lì, tutto assume una proporzione fra il magico e il sacrificale. Lì trovo il coraggio di parlare del suo libro, Applausi a scena vuota, in ebraico il titolo è musica  per le orecchie Suss echad nichnass lebar, tradotto con infinito amore da Alessandra Shomroni che, questa volta, e come tutti noi, ha dovuto fare i conti con un nuovo registro grossmaniano. Fra noi, il discorso diventa un filo di perle: ho letto il tuo libro, David. Sorride dolcemente. Sì? E che ne pensi? David, che colpo! Forte, implacabile, a tratti disperato, pieno di astio ma che parla d’amore. Ti trascina via, come un pezzo recitato da un comico che urla mettendoci in guardia dalla commedia della vita.david e paolo a anteprime
La gabbia, il palco, il personaggio da interpretare, e poi l’essere nudo di fronte al mondo e  alle persone che amiamo: l’epopea tragica di un popolo riassunta in uno scantinato, quasi un rifugio antiaereo.
Me lo dirà dopo David: ho una nipotina (e lo dice proprio in italiano, con il tono di tenero amore di un nonno) che in 45 secondi deve essere portata dentro il rifugio quando scatta l’allarme. E’ una bimba di pochi mesi. Che futuro avrà?
Aggiungo solo un commento: devi essere molto stanco di questa situazione, David; tu non hai mai urlato, imprecato o usato espressioni forti nei tuoi libri e neppure nei tuoi discorsi, e questo libro colpisce proprio perché il “tuo” Dova’le, come lo chiami tu, ci conduce lungo un viaggio fatto di affermazioni, imprecazioni, accuse implacabili, dolore, schegge di gioia e tristi ricordi, esitazione, paura, insulti, disperazione, risate e liberazione.

Come se il viaggio iniziato con A un cerbiatto somiglia il mio amore e proseguito con lo strazio di Caduto fuori dal tempo potesse continuare solo facendosi a brandelli, raccontando se stesso, su questo palcoscenico che, a tratti, sembra divenire una piazza e un patibolo. Lo stesso palco che ti ha inghiottito nei momenti in cui, prima di entrare in scena ti chiudevi con me nel camerino per concentrarti e, insieme, trovavamo la forza di uscire e rimanere, entrambi nudi, di fronte a tutti. Stasera lo farai ancora questa volta però ti rinchiudi solo, per qualche minuto, per prepararti a stare “solo” di fronte a tutti, piccolo grande Davide. Eppure, questo è lo stesso palco che ti ha dato gioia, perché l’applauso del pubblico è, talvolta, il più tenero e possente degli abbracci.

Dova’le è magro, mostra le sue cicatrici, le croste di cui il suo corpo è coperto. Suscita ribrezzo e, proprio per questo, il pubblico non riesce ad andarsene. Non ti abbandona il tuo pubblico, e tuttavia il tuo pubblico sembra non accorgersi che tutto ciò ti costa la vita. Tanti ti hanno chiesto, perché non te ne vai da Israele, sei famoso, puoi permettertelo. Perché è la mia Terra, hai sempre risposto semplicemente, con i tuoi grandi occhi increduli e spalancati di fronte al mondo. Talvolta, le domande a bruciapelo feriscono più della lama di Che tu sia per me il coltello. D’altronde, i titoli dei tuoi libri sono la tua vita. Bisogna trovare Il libro della grammatica interiore e Qualcuno con cui correre. Se Vedi alla voce amore, riuscirai ad avere Il sorriso dell’agnello. Il ricordo di un bimbo, fattosi adulto, passato fra dolore e passione e lussuria e amore. La vita dentro questo libro. Ma, come si fa a parlare della vita? Per questo esistono i comici, altrimenti tutto ci soffocherebbe. A chi vuoi più bene, a mamma o a papà? E tu, ci dici, certe scelte significano morte per qualcuno e vita per qualcun altro.

Giudice Avishai Lazar, dillo tu chi sono, cosa è meglio che io faccia, guardami e riconoscimi! Israele, siamo cresciuti insieme. Chi siamo, ora? Un bacio furtivo, sulla guancia di colei che è testimone dell’intera serata, che non se ne và e decide di rimanere. Io, stasera, sono venuto apposta da Roma per esser con te e tradurti e tu, mi hai regalato, scrivendola con la tua grafia spigolosa, una frase a cui penserò con gratitudine e che riassume tutto: To my dear Paolo for our friendship and for all our trips to come! David Grossman. Vengo ad abbracciarti dopo l’intervista. Mi sorridi e mi guardi mentre bisbigli: ero rilassato. Grazie David, grazie per tutti i viaggi a venire!

THE STAGE OF LIFE

Whenever I get into a theatre, whether or not I must work in it, I always look for the stage and, whenever possible, I get up to look at it closely: I walk on it, listen to the squeaking sounds of its floor,  try to sort out its inclination and discover left overs of what has happened in an either close or far past. Whenever I can, I jump on stage and sit down to look at the seats, the stalls which have become venerable pieces of antique and the gallery.
Emply seats never give me anxiety, nor a full house does; theatres are places where everyone breaths in unison and which I feel close and warm like the hug of a lover.
The stage at “Chetempo” is no exception; indeed, Giuseppe Chiara – calling him stage designer is definitely neglecting his countless skills – makes it come to life and keeps giving it several others. David and I walk into the studio and, each one in our own way,  measure the wide and stroboscopic space which we call “scene”. Seen from here, everything takes on an aura of both magic and sacrificial.
Once there, I find the stamina to talk about his new book, “Applausi a scena vuota”, its title in Hebrew is music to my ear “Suss echad nichnass lebar”, translated with boundless love by Alessandra Shomroni  whom this time and like all of us, had to come to terms with a new Grossmanian register.
Between the two of us, the conversation becomes like a string of pearls: I have read your book, David. He smiles. Have you? And, what do you think of it? David, what a blast! Strong, merciless, sometime desperate, full of anger and yet it is about love. It takes you away, like a gig acted out by a stand-in comedian who screams at you warning us all to stay away from the comedy of life.
The cage, the stage, the character one has to play, and then being naked in front of the world and our loved ones: the tragic epic of one population summarised in a basement, almost a war shelter.
Later on, David tells me: I have a little niece  – “una nipotina”, says he,  in Italian, with the soft and lovely tone of a granpa – who in 45 seconds must be ushered into a bunker when the alarm goes on. A little baby girl, just a few months old. What kind of a future will she have?
I only add one comment: you must be very tired of all this, David; you have never screamed or used strong phrases in your books and speeches, and this book is just like a punch in the stomach because “your” Dova’le, as you call him, takes us on long a journey filled with statements, four letter words, merciless accusations, sorrow, sprinkles of joy, and sad memories, uncertainty, fear, insults, desperation laughter and liberation.
As if the journey that began with  “A un cerbiatto somiglia il mio amore” and continued with the heartbreaking “Caduto fuori dal tempo” might only go on tearing yourself into pieces, telling all about yourself, on this stage which suddently and  from time to time, becomes a square and then the gallows.
The same stage that swallowed you when, before going on stage, you would shut yourself with me into your dressing room to find your concentration and, together, we found the stamina to go out and both be naked in front of our audience.
Tonight you did it again; this time you shut yourself in alone tough, to get ready to stand “alone” in front of everyone, little great David.
Yet, this is the same stage that gave you joy, because the applause of the audience is sometime the sweetest and strongest of all hugs.
Dova’le is thin, shows his scars and the scabs that cover his whole body. He makes people feel sick and that’s exactly why they are plastered there and cannot leave.
Your audience will not leave you, and yet they do not seem to realise that all this will cost your life.
Many have asked you, why you do not leave Israel; you are famous, you can afford it: because this is my Land, you have always and very simply answered, with your big eyes wide opened in front of the world.
Sometime, blunt and point-blank questions hurt more than the blade  of “Che tu sia per me il coltello”. After all, the title of your books are your life. One has to find “Il libro della grammatica interiore” and ”Qualcuno con cui correre”. If  “Vedi alla voce amore”, you will have “Il sorriso dell’agnello”.
The memory of a child who has become adult and has gone through sorrow, passion, lust and love. Life inside this book. Yet, how can one talk about life? That is why there are comedians, otherwise all this would choke us.
Who do you love most, daddy or mummy?
You are telling us that certain choices means death to some and life to others.
Justice Avishai Lazar, you tell them who I am, what is best for me to do, look at me and acknowledge me!
Israel, we grew up together. Who are we, now?
A stolen kiss, on the cheek of the woman who is the witness of the whole evening, who does not go away and decides to remain.
Tonight, I came purposedly from Rome to be with you and translate you, and you made me a gift writing with your sharp-cornered handwriting a sentence which I shall treasure thinking of you with gratitude and that sums it all up: “To my dear Paolo for our friendship and for all our trips to come! David Grossman
I come towards you and hug you after the interview. You look at me smiling and whisper: I felt relaxed.
Thank you, David; thanks for all our trips to come!  

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