AMOS OZ: DANCING TOGETHER!

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I Racconti del Camerino di Paolo Maria NosedaViso imperiale, non imperioso, scolpito e cesellato dalla vita, ma sottile e fine, come un’opera argentea di Benvenuto Cellini. Amos Oz, lo dice il cognome che si è scelto: forza. Virile, pacato, sorriso dolce e leggermente ironico di chi sa che le parole contano. Occhi cristallini, innocenti e consapevoli, occhi che incantano. Non alto, non ne ha bisogno. La sua altezza si misura con le idee. Pantaloni e camicia neri da cui emergono solo le mani, pallide, mobili e ossute a cui potresti chiedere una carezza.
Di fianco a lui Lily, moglie e complice: un tenero fiore la cui corolla di balze viola è del colore della carta nella quale si vendeva lo zucchero molti anni or sono, blu cipria impalpabile e opaco e di un seducente lilla, dal gambo ben piantato per terra. Mi accoglie mentre lo accudisce. Mi dispiace disturbarli, ci sono piccole tartine e arriva una bevanda calda e una bibita per lei. Con loro, Elena Loewenthal, che lui definirà: la più veloce dei miei traduttori, forse perché ha già in testa ciò che penso. Una meravigliosa partita: tutti i giocatori dichiarano le carte. Subito. Io, scruto i visi di tutti: Un poker?
Lui, accennando un sorriso, mi dice: Quindi, stasera, io e lei balleremo insieme! Come non amare immediatamente colui che con una metafora – e io adoro le metafore – mi ha detto tutto, mi ha spiegato tutto e mi ha fatto capire che non occorre dire di più. Ha capito che cosa significa il mio lavoro. Interpretare e non tradurre.
Dichiaro le mie carte: devo guardarla, Mister Oz, osservare le sue reazioni le sue espressioni e udire le sfumature della sua voce. Sì, Mister Oz, io sarò felice di ballare con lei, di tenere il tempo, di indovinare i suoi passi, di volteggiare sostenuto dal suo pensiero, di correggere, di trattenere il fiato, di mutare, di indovinare come tingere del suo rosso o del suo blu ciò che lei dirà e, infine, come un derviscio esausto, chiudere i contatti dalla mia console e rimanere in silenzio a pensare. Pensare, uno degli ultimi esercizi che l’umanità può ancora permettersi perché gratuito.
E Oz da mago e ballerino si trasforma in chef e mi serve una cena che è cibo per l’anima. Il suo libro Giuda, edito da Feltrinelli e magistralmente tradotto da Elena che, da grande étoile qual è, conosce già i passi più insidiosi e reconditi di un libro che definisce talmente grande da non potersi ridurre a una dichiarazione politica, mette in guardia Fabio che ha il compito di dirigere e coreografare la nostra entrata in scena.
Fabio comprende l’ansia di Lily, quasi volutamente ignorata da Amos, che prega di non trasformare questo libro in una ‘dichiarazione politica’ e risponde ad entrambi che il suo desiderio sarebbe poter avere più uomini di cultura a ricoprire il ruolo di politici e che, forse, così facendo, ci sarebbero meno guerre.
Carte che scottano: tradimento, fedeltà, Gesù, compromesso e provocazione, e ancora amici e nemici e odio e amore. Mischiate con perizia e sagacia. Maestro Oz.
Il primo di quelli che io definisco i ‘momenti dell’oohhh..’ arriva subito. Alla domanda di Fabio sul tradimento, lui ieratico risponde:
…il giovane va anche a letto con questa mamma; ma, dopotutto, ci andiamo tutti a letto con la mamma, almeno una volta nella vita
. Incipit magnifico.
sono stato definito innumerevoli volte traditore dai miei conterranei e io lo considero un titolo onorifico. Arabesque.
…Gesù non andava in chiesa, non c’erano, ha visitato molte sinagoghe lasciando ricordi indelebili. Pas de deux.
…l’amore è un sentimento privato e intimo, da riservare a una ristretta cerchia di persone. Jeté.
…fanatici sono coloro che sono incapaci di provare senso dell’umorismo e se si potesse compattarlo in una piccola pastiglia da somministrare a tutti ogni giorno, lo elimineremmo immunizzando l’umanità e io mi guadagnerei un Premio Nobel in Medicina invece che in Letteratura!   Sipario!
Io mi inchino a lei, Maestro!
Al termine dell’intervista lo ritrovo in attesa di Lily. Che pensa, Mister Oz della nostra danza? E’ contento, dalle voci che ha sentito, le pirouettes sono venute bene. Lily mi guarda lieta e sorride. Sà che anch’io ballo, e riesco a ballare tutto, qualsiasi danza, mi dice divertita. Una volta stavo in Africa e ballai una danza tribale. Il capo mi voleva comprare. Amos la guarda con tenerezza e sorride: la volevano pagare due mucche. Ti immagini se stasera mi fossi presentato in trasmissione con due mucche invece che una moglie in sala?
Non c’è un fanatico che abbia senso dell’umorismo! Noi, fanatici, non potremmo mai esserlo. Amos, Elena, Lily, Paolo e Antonella. La nostra danza ora ha un nome: poker-polka di fanatiche risate! Un giusto compromesso, dopotutto.

 

 

Short stories from a dressing room by Paolo Maria Noseda

An imperial face, definitely not imperious, sculptured and chiselled by life, and yet subtle and finely thin, like a silver artwork by Benvenuto Cellini. Amos Oz, the name he chose for himself says it all: strength, stamina and power. Manly and quiet, a sweet and slightly ironical smile, like someone who knows well how much words count.
Crystal-clear eyes, innocent and full of awareness.
Not a tall man, he does not need it. His height is measured by ideas.
Black trousers and shirt: only his pale, floating and bony hands emerge from all that darkness. Hands one might well expect to be caressed by with gratitude.
Standing beside him, Lily, his wife and abettor: a floatingly soft floral envelope, a whorl of purple and powdery mat and yet impalpable petals flouncing around her in mixed tones of blue – the old powdery blue of the paper used once upon a time for sugar bags – and a seducing lilac. Yet, with a stem well rooted into the ground. She greets me while looking after him.
I feel sorry to interrupt their moments together: there is a tray of finger food and someone brings in a warm drink for him and a fizzy one for her. With them, Elena Loewenthal, whom he will introduce to me as ‘the quickest of my translators, maybe because she has already in her brain what I think’, says he.
A wonderful game: all players are showing their cards. Immediately.
I peruse all their faces: a poker?
Hinting a smile, he addresses me: ‘So, you and I are dancing together tonight!’

How not to have a crash on someone who with a metaphor – I adore metaphors – says it all, tells me all and makes me understand that there is no need to say more. He understands what my job is all about. Interpreting and not only translating.

I play my cards down: I must look at you, Mr. Oz, see the way you react and study your grimaces, I must get acquainted with the shades of your voice. Yes, Mister Oz, I shall be happy to dance with you, keep your pace, guess your steps, swirl around supported by your thoughts, change my stance, hold my breath, change myself and guess again how to paint with your shade of red or blue what you are going to be saying and, eventually, like an exhausted dervish, switch off my console and remain silent and think.
Thinking. One of the last exercises that mankind can still afford, since it is free of charge.
And Mr. Oz, from magician and dancer, turns into a chef and serves me delicious food for thought: a dinner which fills my soul.

His book Judah, published by Feltrinelli here in Italy and super-skillfully translated by Elena who, like all great étoiles, already knows the most treacherous and hidden steps of a book she describes as ‘so great that cannot be condensed into a political statement’, and warns Fabio who has the task of conducting and choreographing our stage performance Fabio Fazio fully understands Lily’s anxiety, almost willingly ignored by Amos. She pleads not to turn the description of the book into a ‘political statement’. Fabio then says to both that he ‘would love to have more men of letters become politicians so as to have less wars in the world’.
Hot cards: betrayal, loyalty, Jesus, compromise and provocation and more. Friends and ennemies as well as love and hatred. A skillfull and shrewd mix. Oz, the Master.
The first of what I call an ‘oohh… moment’ comes right away.
When Fabio asks him a question on betrayal, he hieratically answers and ends with ‘…the young guy also goes to bed with this mother; but, after all, we all went to bed with our mother at least once in our lives’.
Magnificent incipit.
‘…I have often been called trahitor by my fellow citizens and I consider this a honour’.
Arabesque.
‘…Jesus never went to church; they did not exist. He visited many synagogues and made scandals’.
Pas de deux.
‘…love is a private and intimate feeling, for a restricted number of people’
Jeté.
‘…fanatics are those people who are incapable of having sense of humour….if we could just get sense of humour compacted into a small capsule and swallow it everyday, we will immunize mankind…and perhaps I will earn a Nobel Prize in Medicine instead of Litterature!’
Curtain!
I bow before you, Master!
I find him outside the studio, waiting for Lily. What do you think, Mister Oz, of our dance? He smiles, looks happy, and tells me that apparently, based on some rumors he has herd, the pirouettes went well. Lily looks at me and smiles too. ‘You know, she says, I dance too and can dance almost everything; she’s having fun. Once I was in Africa and danced a tribal dance. The chief wanted to purchase me’. Amos looks at her tenderly and smiles. Then, turns to me and says very seriously: ‘he wanted to pay me with two cows. Can you imagine if tonight I ‘d turn up on the show with two cows instead of one wife?’
We all burst out laughing. No fanatic has sense of humour! We could never be fanatics.
Amos, Elena, Lily, Paolo and Antonella. Our dance now has a name: poker-polka of fanatic laughter!
A fair compromise, after all.

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