JACKSON BROWNE: L’ALTOPARLANTE CE LO METTO IO

IMG-20141110-WA0000I Racconti del Camerino di Paolo Maria Noseda

Lo studio di Chetempochefa è la quintessenza della tecnologia. Ce lo invidiano in molti e, negli anni, ho sentito parecchi ospiti tessere le lodi delle scenografie, allestimenti, tecnologia e cortesia di tutti i tecnici. Jackson Browne arriva con due fonici e chiede di vedere lo studio. Lo accompagno e insieme alla chitarra, mi dice, si è portato un amplificatore che gli piace particolarmente, perché crea un suono leggermente distorto – dice lui – ideale per la sua canzone Leaving Winslow, molto intimista e che richiede variazioni particolari. E, con grande sorpresa, estrae da una borsa un piccolo altoparlante, sicuramente degli anni settanta, e chiede ai fonici di poterlo usare. Poi, si volta verso di me e, con una sorriso, mi dice che è un poco preoccupato: durante un concerto in Spagna qualche giorno prima il piccolo altoparlante ha iniziato a fare bizze e a rilasciare fumo. Caspita, penso io, speriamo non succeda nel bel mezzo della diretta. La musica di Standing in the breach, il suo ultimo album, non evoca certo incendi, se non quelli del cuore e della mente. La sua intera carriera è stata però incendiaria per l’impegno costante e profondo nell’essere pesantemente critico sui temi della vita, dell’ambiente e della protezione degli esseri umani. Una piccola curiosità: viaggia sempre con un thermos d’acqua perché è assolutamente contrario all’uso delle bottiglie di plastica e della plastica in generale. Se davvero tutti facessimo cosi quanto inquinamento in meno! Questa è la cosa che amo degli anglosassoni: loro se decidono che una cosa è sbagliata non la fanno, e non importa se sono gli unici al mondo ad adottare un comportamento, insomma coerenza. Alla fine del sound check, andiamo da Michele Melloncelli, che davanti alla sua gigantesca console, gli fa riascoltare la registrazione del pezzo. Jackson lo ringrazia, ma si capisce che non è soddisfatto: manca qualcosa. Riascolta.
Inizia a battere il tempo con un piede. Gli viene un’idea: perché non amplificare anche il piede che dà il beat e lo swing della canzone insieme? Bellissimo pavimento questo, dice, guardando il parquet dello studio di registrazione.
Torniamo a provare ma il pavimento dello studio non ha le stesse variazioni sonore e poi il microfono è stato posizionato fra una lastra di plexiglas e una griglia dalla quale emerge la scrivania di Fabio. Dapprima deluso, tuttavia non si arrende. E con un gioco di punta-tacco eccezionale, e un microfono in più a pochi centimetri dal pavimento, riesce a dare al pezzo quel pizzico di poesia che cercava e due beat di diversa intensità.
Grande professionista Jackson Browne. E, come tutti i grandi, un semplice.
Vuole che gli spieghi come funziona la traduzione e poi ridiamo perché qualcuno deve avergli detto che ho tradotto De Niro. Allora mi chiede se tradurrò lui con la stessa voce di De Niro.
No, no, Jackson, gli rispondo, io cercherò di interpretare te! Per questo ti sto alle calcagna e ognuno di questi minuti è vitale. Ridiamo. Una risata solleva la tensione di entrambi. Lui non è un chiaccherone ma con Donata Riva ride perché le richiede il nome e lei, per facilitargli la memoria gli risponde: Do-na-ta-h, un po come doughnuts, le ciambelle con il buco! E lui: Eh, si, pensa un pò che c’è chi mi chiama Brow-nie, come i biscotti al cioccolato per via della E  finale del mio cognome. E così, ridendo entrambi, ciambellina e biscottino si avviano insieme verso i camerini.

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