SUPER-MOCCIOSO FA RIMA CON FAMOSO!

fotoI Racconti del Camerino di Paolo Maria Noseda

Scrivere qualcosa che sia anche solo lontanamente diverso dai miliardi di parole che sono state impiegate per descrivere John McEnroe è impresa titanica e impossibile. Ne convenivo con una leggenda del giornalismo sportivo italiano e internazionale, Gianni Clerici, meraviglioso gentleman accorso ad applaudire il grande tennista e con il quale, dopo la trasmissione, mi attardo per scambiare le impressioni sulla puntata appena andata in onda e che, lasciandomi con un sorriso dolcissimo e una stretta di mano, mi dice, con perfetto understatement: L’Europa unita, vede, esisterà solo quando tutti sapranno parlare almeno tre lingue. Prima aveva amabilmente conversato con John in un perfetto inglese britannico e John lo aveva un po’ canzonato perché, ricordando i suoi trascorsi da super-brat o supermoccioso, come lo avevano soprannominato a Wimbledon, rideva ancora dei giorni in cui aveva portato scompiglio in un luogo sacro del tennis mondiale. Però, dice ridendo nel camerino, io almeno ho sempre fatto l’inchino davanti al Royal Stall, il palco reale da cui Regina e membri più stretti della Famiglia Reale britannica si godevano le intemperanze del giovane asso del tennis.

Mi sono anch’io super-preparato a questo incontro, divorando l’autobiografia edita da Piemme dal titolo Sul serio, preso dalla sua famosa frase di incredulità e scherno rivolta all’arbitro di sedia di Wimbledon, e  che uso come esca per porgli delle domande e saperne io stesso di più della sua incredibile parabola professionale. Io, urlavo, per non piangere. Quando uscivo in campo, era come se fossi nudo, anzi di più, come se mi avessero tutti messo a nudo l’anima, e tutti si aspettassero di vedermi crollare. Tutti quegli occhi puntati addosso e quel silenzio impossibile da sopportare. Lo dice ancora con una leggerissima velatura di commozione negli occhi. A giudicare dalle sfuriate dei filmati di repertorio, doveva proprio essere al limite della sua capacità di sopportazione ogni volta che scendeva in una di quelle arene d’erba o terra rossa. Prima di John c’era l’etichetta o l’apparente freddo distacco del vichingo Borg, che John ha tanto ammirato. Ne parla ancora con reverenza: Lui mi ha preso sotto la sua protezione, e io ero poco più di un ragazzino.

Sì, vero, penso. Nessuno si sofferma mai a considerare l’età di questi grandi campioni che vincono e poi però sono adolescenti digiuni della vita. Racconta: Sai, mica era semplice per me. Non avevo quattrini e a Parigi, la prima volta che gareggiai, mi avevano dato cinquecento dollari per tre settimane di soggiorno, tra cui quello a Wimbledon. Finii in un albergo dove non davano neppure la sveglia il mattino e io, che avevo una gara alle otto e tre quarti, finii per star sveglio tutta la notte per la paura di non arrivare in tempo in campo. Anche questa è una storia di backstage interessante… Nel bene o nel male, e poiché nulla rimane immobile al mondo ma tutto muta, McEnroe riuscì a portare una ventata di cambiamento nel tennis, avvicinandolo al grande pubblico e a preparare il terreno alle grandi star che avrebbero solcato la sua scia. Certo, quando sei stato nell’Olimpo dei Grandi e poi arriva il momento di scendere dalla vetta, devi essere molto coraggioso e saldo nelle tue convinzioni. Non è stato facile, ma posso dire di avercela fatta.

Lo capisco. Nel corso degli anni del mio lavoro, ho visto rapide ascese e altrettanto subitanee cadute, ma anche successo incontrastato per molti anni che poi, come tutto, passa. Noi, a Che tempo che fa, ricorderemo John McEnroe come un divertente signore che, proprio a causa delle sue intemperanze giovanili, ha contribuito alla costruzione di un mito.

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