ROCK’N ROLL SUL FILO!

I racconti del camerino di Paolo Maria Noseda

fotoBentornato, signor Petit! Eccolo, con i suoi inconfondibili capelli di un biondo rossicio indimenticabile, quel naso all’insù che gli dona un’espressione fra l’incredulo ed il fedifrago,  i suoi occhi chiarissimi e il portamento eretto e inattaccabile. Sì, proprio inattaccabile, perché intorno a lui si spande un’aura speciale. Io percepisco una serie di vibrazioni che mi mettono addosso uno stato d’agitazione strano, come se tutto, improvvisamente, iniziasse a girare ad una velocità vorticosa.

Arriva Fabio, si parla dell’intervista, Philippe esce per andare in studio, si decide come e cosa fare, si stabilisce l’intensità delle luci, lui saluta il pubblico già sulle gradinate, decide che farà un giochetto con tre arance che ha velocemente estratto dalla sua bisaccia, cava una moneta e un filo rosso di tasca, fa un paio di magie, prova il suono, ritorna in camerino, va a alla toilette, torna, si fa stendere un velo di cipria giusto per mitigare l’effetto lucido che conferisce la luce violenta sulla pelle, il tutto in poco più di un quarto d’ora. Wow, tipo veloce Monsieur Petit! E la sua velocità la regala anche a noi. Un po’ come il ritmo del suo libro Creatività, il crimine perfetto, edito da Ponte alle Grazie,  che ha illuminato le mie notti recentemente. Libro fantastico perché è un concentrato, anzi, un distillato, di idee e di spunti creativi che possono contribuire a ripensare la propria vita in una prospettiva interessante e diversa. Ve lo consiglio vivamente.

La sua richiesta è bizzarra: avendo litigato con i francesi per questioni di permessi negati di esercitare la sua arte funambolica, ora Petit si rifiuta di parlare francese e vuole a tutti i costi parlare in inglese. Fabio costernato. Ma come si fa a dire no? Il risultato è un’intervista condotta in italiano e con risposte in un misto di franglais, come dicono i francofoni, che mi spiazza ad ogni frase.  Dovete sapere che quando si traduce simultaneamente, la concentrazione è quasi pari a quella che il signor Petit possiede quando attraversa il cielo su un filo. Beh, pensate se improvvisamente gli si chiedesse di  ballare il rock’n roll a 400 metri d’altezza e con la barra in mano.  Ecco, quando ho iniziato  sentire vocaboli francesi frammisti all’inglese, ho avuto un momento di incertezza, mi sono sentito quasi su quel filo, in equilibrio estremamente precario, come fossi colpito da improvvise, quanto inaspettate folate di vento. Ho vacillato e mi sono aggrappato alla mia sbarra. Meno male, sono riuscito ad arrivare, insieme a lui, pirouette dopo pirouette, fino alla fine del percorso e, con uno swing, a saltare sulla passerella dove mi attendeva trepidante la parola fine. Forse non è stata la più intelligibile delle interviste.

Ad esempio, in camerino, Petit ha voluto che gli insegnassi una frase in italiano, cambiandone poi il contesto all’ultimo minuto. Adoro Milano, ovunque ci sono cartelli…, ma poi non ha voluto svelarmi il prosieguo. E’ finito a parlare di cartelli che inneggiavano al tartufo bianco e facendo un immaginario brindisi con un calice di Barolo. Poi, ha precisato che lo scarto minimo fra la domanda e la sua risposta non era dovuto alla sua lentezza, ma al fatto che dovesse ascoltare la traduzione. Accidenti, signor Petit, per fortuna io ti amo, anche perché la dedica che mi hai regalato è bellissima: A Paolo, la creatività è il nostro pane quotidiano! Philippe Petit

 

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