Estrellas Ispanicas: Ana Tjioux y Antonio Banderas

Eh, sì, weekend ispanico a Chetempo: sabato con Ana, rapper franco-cilena e, a seguire, l’attesissimo Antonio, artista poliedrico. Anche Filippa ha richiesto un coaching linguistico ispanico speciale per pronunciare correttamente il titolo della canzone di Ana: 1977.
Provate, non è così semplice saperlo dire con il naturale distacco che una navigata presentatrice deve avere perché sembra uno scioglilingua: mil-novecietos-setenta-y-siete!  In trasmissione lo dirà perfettamente, ammiccando leggerissimamente perché sapeva che io, dal mio monitor in cabina, la stavo sorvegliando.

Ana è silenziosa nel suo camerino – i nostri camerini sono molti e suddivisi in tre file con tre corridoi all’ interno di una specie di hangar e sono tutti senza soffitto – e pare non voler parlare con nessuno. Chiedo di poter salutarla e presentarmi e lei, con un sorriso che farebbe innamorare chiunque, mi invita ad entrare. Risultato: abbiamo parlato per oltre un’ora fitto fitto di un sacco di cose. Le piace far musica e creare nuove canzoni a casa propria, circondata dai musicisti e dai suoi collaboratori che, ogni tanto, la aiutano con i testi. Mi guarda, le passa un lampo di allegria negli occhi e mi dice che si sentirebbe un’inguaribile bugiarda se mi dicesse che lavora faticosamente per creare le sue canzoni. Si vede che le piace da matti, ma non solo, si percepisce immediatamente il carisma che emana questa principessa india dagli occhi neri e profondi.
Mi parla di migrazione, di come f difficile per lei, nata a Lille, abbandonare la Francia e tornare nel suo Paese, il Cile, e dover rimparare una lingua. Non avere più compagni di scuola arabi o neri, come era abituata ad avere nella sua classe. “Cuando te vas, te llevas tu historia”, mi dice. E’ vero, la tua storia te la porti ovunque, sempre. Ha scelto di rimanere in Cile, in America Latina, perché sostiene – a ragione – che lì vivere è più semplice e che ora non capisce quasi più la Francia dove, come accade d’altronde nel resto d’Europa, le sembra che la vita sia divenuta complicatissima. Mi dice sorridendo: “Sai, quando mi trasferii in Cile pensavo che l’intera America Latina fosse il continente delle palme e delle spiagge caraibiche. Non era così. E ora, devo riambientarmi anche tutte le volte che torno in Francia! Sembra così complicato vivere lì.”
E’ contro quello che lei definisce “l’impero linguistico” musicale anglofono. La lingua, mi dice, è la prima modalità che una persona ha di comunicare con la società nella quale vive e con il proprio mondo. Perché gli artisti devono perder tutta questa ricchezza espressiva a beneficio di una lingua, come l’inglese, ormai divenuta franca? Non potrei esser più in sintonia con lei! Il Rap e l’Hi-pop l’hanno formata e lei si esprime attraverso questi due generi. La sua 1977 mi dice rappresentare un territorio comune dove si “plasma el questinamiento” e dove si trova un’identità comune.
Adora viaggiare, e mi parla delle sue viste in Italia quando ancora era giovanissima e viveva in Francia, dei vini sardi e del cibo che adorava. Che cosa? Le chiedo. Tutto! Mi risponde con il suo sorriso ammaliante. Curiosità: è andata a scuola con i figli degli Inti-Illimani e io scoppio a ridere e le dico che non riesco ad immaginarmi una prof. che fa l’appello chiamando: Rocco Inti-Illimani!!! Ride anche lei e mi dice che ha spesso suonato insieme a loro e che sono bravi musicisti. Ora ha una figlia e ride ancora mentre mi racconta la storia del suo babbo che, alla sua richiesta di avere il Monopoli, le regalò un anti-Monopoli dove invece di accumulare si regalava a chi aveva meno degli altri. “Se lo trovassi, lo regalerei anche io a mia figlia!banderas

Antonio Banderas, invece mi riceve in camerino, quello dei veri divi, grande, spazioso e con sospetti di lusso. Scherza subito e mi dice: “Vedi? Ho addosso questi jeans sbrindellati, una camicia in denim e gli stivali. Un vero cow-boy, ma ispanico!
L’aereo privato che lo ha appena depositato all’aeroporto di Linate proveniva da Malaga, dove Antonio ha partecipato ai riti della Settimana Santa. Mi racconta, con dovizia di particolari, le celebrazioni e di come sia stato onoratissimo di essere stato scelto per tenere il Pregòn – il discorso che ogni anno una personalità cittadina tiene all’apertura delle celebrazioni e che deve essere in qualche modo rappresentativo e descrittivo delle confraternite che animano la Feria – e di come abbia scelto, su suggerimento di suo fratello, di tenerlo descrivendo il suo viaggio verso Madrid prima e gli Stati Uniti più tardi, quasi fosse la descrizione delle virtù e dei sacrifici che ciascuna delle Confraternite incarna.
Per cementare la nostra conoscenza gli racconto come molti anni fa fossi a New York City accompagnando i due tenori Alvarez e Licitra che avrebbero allietato le celebrazioni del 150esimo anniversario della fondazione di Central Park, e insieme a lui furono invitati, all’alba di una giornata gelida, ad aprire il NASDAQ, la Borsa Elettronica di New York. Sveglia alle tre, pulmino alle quattro e apertura alle sei, un’ora di attesa in studio perché gli americani non vogliono ritardatari e, quindi, le convocazioni sono sempre esageratamente antecedenti l’ora fatale di messa in onda. Alla fine, dopo che le celebrities avevano dato il tocco alla campana d’apertura, eravamo apparsi tutti e quattro sull’enorme schermo led all’esterno della Borsa. Lui ride e mi dice di ricordarsi molto bene quella levataccia e di come fosse davvero contrariato e stanco perché all’epoca recitava in Evita a Broadway ed aveva terminato lo spettacolo la notte stessa, dormito tre ore e aveva dovuto letteralmente essere buttato giù dal letto da sua moglie Melanie per presenziare alla cerimonia di apertura. “Ti dico una cosa, Mi piace molto far cinema, ma il teatro per me rimane il massimo, in qualsiasi forma, tragedia, commedia o musical!” Per questo, ero così felice di promuovere Evita anche attraverso la mia levataccia quella mattina.
Antonio è un vero gentiluomo. Riservato. Raffinato. Gentilissimo. Di grande cultura. Mi parla di Roma e della prima volta che la vide e, con suo grande rammarico, apprese che Marcello Mastroianni, che sognava di incontrare, era morto il giorno prima. Si anima quando mi parla dei suoi personaggi. Del Gatto con gli Stivali e di Zorro che lui ama tantissimo perché il “suo” Zorro fù uno dei primi personaggi buoni con l’accento ispanico che Hollywood accettò, sdoganando quindi la falsa credenza che tutti i cattivi dovessero essere neri o ispanici.
Mi parla di Pedro, come lo chiama lui. Mi dice che Pedro, come molti intellettuali ed artisti spagnoli dell’immediato dopo-Franco, incarnava la nuova socità, il desiderio di libertà che avrebbe assunto sfaccettature diverse, non ultima quella della movida madrilena. Mi parla del loro primo incontro e della ventiquattr’ore rosso fuoco che il regista aveva il giorno che si incontrarono e in cui gli disse “Tu, ragazzo, devi far cinema perché hai un viso romantico”
“No te preocupe, mi dice ridendo. Dopo mi cambio questi abiti e mi metto una cosa più europea.” Indosserà un semplice lupetto bianco e una maglia blu con pantaloni di cotone ma mocassini rosso fuoco: ecco il tocco da Maestro! O, forse, un inaspettato e casuale omaggio cromatico al suo maestro Pedro Almodovar.

Né io, né tantomeno lui abbiamo la più pallida cognizione di ciò che Luciana ci ha riservato in trasmissione: una cascata di doppi sensi arguti e pungenti con consegna finale di un uovo sodo per festeggiare il connubio con Rosina, la gallina che Antonio ammette di “essere sua amica intima”. Alla fine, letteralmente fuggendo, perché la parte privata dell’aeroporto di Linate chiude ad una certa ora, trova il tempo di fermarsi, ringraziarmi e dirmi a presto!

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